Non in nostro nome

Roma -

“Due donne ai vertici d’Europa” tuonano a grandi titoli oggi i giornali a commento della nomina di Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde rispettivamente alla guida della Commissione Europea e della BCE.

Un tentativo, nell’epoca del Metoo e della ribalta di un Movimento femminista globale, di ammantare di parità di genere le politiche neoliberiste europee responsabili delle politiche di austerità, della privatizzazione del welfare e dello sfruttamento selvaggio del mondo del lavoro.

Quelle politiche, per intenderci, che hanno portato percentuali altissime di inoccupazione per le donne; salari del 20% in meno rispetto agli uomini; la costrizione alle dimissioni in bianco per la maternità; pensioni da fame ed innalzamento dell’età pensionabile, nessun riconoscimento del lavoro domestico e di cura.

Per non parlare dei tagli e della privatizzazione dei servizi pubblici che tanto ricadono sulle spalle delle donne o delle tante migranti morte in mare o nei centri di detenzione a causa delle politiche europee sull’immigrazione.

Mai come in questo caso appare evidente come l’appartenenza al genere non sia di per sé garanzia dello sviluppo di una coscienza critica al riguardo o di inversione di tendenza delle politiche che alimentano le disuguaglianze sociali.

D’altronde gli ignobili insulti sessisti e razzisti rivolti alla comandante della Sea Watch Carola Rackete sono passati nel totale silenzio delle figure istituzionali, italiane ed europee, le stesse che oggi ci vorrebbero far provare una qualche empatia per questo “tandem rosa”.

Non ci caschiamo: noi sappiamo da che parte stare!

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